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Qui non è Hollywood

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Fred Flinstone
Fred Flinstone

Prendere un caso che ha scosso l'opinione pubblica e farne materia poetica, visivamente d'impatto, capace di far riflettere a lungo sugli esseri umani che siamo diventati. Non c'è tono accusatorio in Qui non è Hollywood, la serie firmata da Pippo Mezzapesa sul delitto di Sarah Scazzi ad Avetrana. Un'operazione tutt'altro che semplice, affrontata senza retorica e senza prendere le distanze, ma accostandosi con spessore umano e artistico a una vicenda sconvolgente. Si sceglie da subito di sospendere ogni giudizio per mostrare ciò che è stato, senza nessun intento voyeuristico o ricattatorio, solo la messa in scena, a tratti visionaria, di una tragedia che ha lasciato attonito un intero Paese.

È un lavoro molto profondo, quello che ha fatto Mezzapesa e con lui tutti coloro che hanno lavorato alla serie, disponibili a vivere una sospensione collettiva di giudizio per immergersi in una realtà fatta di corpi altri.

Sono i veri protagonisti della storia: corpi desiderati, massaggiati, invidiati, corpi slabbrati dalla fatica e dal dolore, corpi nascosti, occultati, profanati. Gli attori rispondono con evidente partecipazione calandosi in fisicità altre, Vanessa Scalera attraverso il trucco prostetico e un'aderenza clamorosa al personaggio stupisce nei panni della zia di Sarah Cosima Misseri, l'esordiente Giulia Perulli fa partire l'ottimo lavoro di interpretazione direttamente dal corpo, ingrassando più di venti chili per dare vita alla sua versione, assolutamente convincente, di Sabrina Misseri. Non è l'aggiunta dei chili, è l'alienazione quello che entrambe riescono a comunicare a chi guarda, quel senso di appartenenza e non appartenenza alla propria comunità, quell'isolamento intimo come tante monadi chiuse che non riescono a - o non hanno gli strumenti per - comunicare davvero. Si è parlato a torto di arretratezza locale, il contesto che la serie racconta è universale e funziona per questo: ci sono ovunque situazioni di disagio, incomunicabilità, difficoltà a esprimere le proprie emozioni, repressione funesta delle stesse, mancanza di dialogo come di lavoro su se stessi, frustrazione, carenza di empatia verso il prossimo. Tutte caratteristiche non di Avetrana del 2010, ma della società italiana contemporanea, che questa serie riesce bene a fotografare, trasfigurandola opportunamente con uno stile capace di trasformare lo strazio in materia narrativa, mostrando l'umanità variegata di tutti coloro che lo attraversano. Non si indaga la persona, si racconta l'essere umano, anche nelle sue ombre più cupe. Come rare volte accade, la serie funziona anche sulla carta, oltre che visivamente: la struttura episodica approfondisce e dà il giusto spazio alla prospettiva di ogni personaggio - va citato anche Paolo De Vita, nel ruolo forse più enigmatico di tutti, lo zio Michele Misseri - e il circo mediatico è rappresentato per quello che è stato, con un'accorata Anna Ferzetti nei panni della prima giornalista interessata al caso.

Il suo movimento è lo stesso che segue la serie: cercare di capire, esplorare, approfondire, andare a fondo di quello che sbrigativamente chiamiamo "male", ma che è qualcosa di banale e complesso al tempo stesso, intriso di innumerevoli e imprevedibili sfumature. Il regista non manca mai di raccontarle, con evidenti rispetto, attenzione ed empatia, e con il suo solito stile. Perché la serie di Mezzapesa non segna uno spartiacque nella sua cinematografia, ma una prosecuzione: come in Ti mangio il cuore gli istinti primordiali violenti, nel bene e nel male, si scontrano con i ruoli della società e le aspettative altrui, ma non si possono mettere a tacere. Come regista sceglie di raccontarli, analizzarli, per poi raffigurarli con quello stile poetico, quasi pittorico, che li rende a tratti persino affascinanti, ma non per questo meno intrisi della brutalità del quotidiano. Chi vuole vivere per sempre, per dirla con il leggendario brano dei Queen che commuove sul finale, in un mondo tanto pieno di insospettabile ferocia?

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