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Slow Horses

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Fred Flinstone
Fred Flinstone

Londra. River Cartwright, aspirante agente segreto dell'MI5 e nipote di una leggenda del mestiere, fallisce clamorosamente un test nell'addestramento e viene spedito a lavorare alla Slough House, la "casa nella palude", un distretto collaterale nel Barbican, in cui sono relegati coloro che hanno fallito irreparabilmente in servizio. A dirigere il reparto è Jackson Lamb, alcolizzato, petomane e sarcastico relitto di un'aurea stagione come spia, prima del crollo del Muro di Berlino. Mentre indaga su un giornalista vicino all'estrema destra, Cartwright pensa che ci sia una connessione con il rapimento di un giovane pakistano da parte dell'organizzazione terroristica Figli di Albione e decide di entrare in azione, disobbedendo ai propri superiori.

Tutt'altro che casuale la scelta del protagonista di Slow Horses. Rivolgersi a Gary Oldman per una spy story ambientata tra gli uffici e le strade di Londra significa cercare un ricongiungimento o un confronto immediatamente intuibile con la straordinaria interpretazione di Smiley in La talpa.

Ed è altresì immaginabile che Kristin Scott-Thomas torni nei panni di una spia in virtù del fulmineo ma indimenticabile ruolo in Mission: Impossible di Brian De Palma. Una sfida al typecasting vinta su tutta la linea da James Hawes - regista della serie di sei episodi per Apple Tv+ - al pari di quella su un terreno sempre meno frequentato, il regno degli adattamenti da romanzi di spionaggio ispirati alla maestria di John Le Carré. Slow Horses è a sua volta il fedele adattamento di un libro, scritto da Mick Herron: un bestseller che ha dato inizio a una serie ambientata nel "purgatorio" dell'MI5. Benché il grigiore e la desolazione sia quella del regno intermedio illustrato da Dante Alighieri, sul piano gerarchico la Slough House ricorda più l'inferno, in cui a comandare è un aguzzino che al contempo è anche un dannato. Il suo nome è Jackson Lamb, personaggio romanzesco se ce n'è uno, che si contende con Cartwright il ruolo di protagonista della serie. Oldman lo interpreta come la versione trasandata e scoppiata di Smiley, la sua trasfigurazione bukowskiana e disillusa trasferita nel mondo che ha visto crollare il Muro e ripensare, non necessariamente in positivo, il ruolo degli agenti segreti al servizio di Sua Maestà. Viziosi, doppiogiochisti e più sporchi che mai, i servizi segreti non sono diventati migliori nella loro incarnazione post-ideologica, anzi assomigliano a un'esasperazione dei peggiori tratti propri dell'umanità, corrosa da vanità ed egoismo. Slow Horses si immerge nel nero e nel macabro senza timore, ma senza mai abbandonare il sarcasmo del più feroce humour britannico, capace di trasformare quasi ogni riga di sceneggiatura in un insulto creativo.

E di regalare, nella suspense di indagini ben congegnate, gag come quella del lettore cd inchiodato su The Scientist dei Coldplay, imbarazzante rivelazione della psicologia del guidatore dell'auto. O ancora battibecchi in odore di corteggiamento tra colleghi che sembrano scritti dalla penna di Richard Curtis. Un successo così completo sotto ogni profilo che, per una volta, la delusione sta nella brevità delle serie anziché nella sua dilatazione. Sei episodi sembrano infatti troppo pochi per restituire la complessità dell'affresco di Herron e questo comporta qualche accelerazione più brusca di altre per arrivare al redde rationem conclusivo. Ma sono dettagli, pagliuzze che non devono disturbare l'ammirazione per una serie che ha tutte le qualità di quello che un tempo chiamavamo "prodotto televisivo", ideale sintesi di una grande cultura dell'intrattenimento messa al servizio di tempi e esigenze dell'intrattenimento domestico. A volte sembra di essere saliti sulla macchina del tempo e di essere finiti nel posto giusto. Ciliegina sulla torta, la sigla che scorre sulle note di un brano inedito di Mick Jagger, fan illustre e devoto della serie di Herron.

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